Andrea Marini

Otto brevi modus operandi

Non vorrei che la mia ricerca fosse solo un esercizio di invenzioni formali senza essere, invece, il risultato di una intensa rielaborazione interiore.

Non vorrei che le mie opere fossero soggette ad una interpretazione univoca, ma vorrei che il loro messaggio risultasse ambiguo e quindi aperto ad una molteplicità di interpretazioni in modo da aprile nuovi varchi all’immaginario.

Non mi interessa, in generale, che un’opera abbia un approccio esplicito nei confronti di problematiche sociali, mi interessa invece che contenga in sé un aspetto critico nei confronti della realtà enunciato però in modo indiretto.

Non vorrei creare degli oggetti del tutto risolti nella loro conformazione ma vorrei che, per la loro approssimazione formale, possano suscitare l’impressione di essere colti in uno stato di trasformazione quasi fossero organismi viventi.

Non vorrei che per i miei lavori, considerando la loro sostanziale essenzialità di linguaggio, si debba dire : “ciò che vedo è ciò che vedo” come è stato annunciato a suo tempo dai minimalisti, ma vorrei che si possa dire: “ ciò che vedi è ciò che immagini”.

Non mi interessa una fedele rappresentazione del “naturale” mi interessa invece una forma di ri-creazione della realtà per elaborare una sorta di “natura innaturale” che , coinvolgendo il mondo vegetale ma anche quello zoomorfo e antropomorfo, sia costretta a scegliere un codice di vita alternativo, considerando il fatto che oggi viviamo in una realtà in cui il rapporto uomo-natura è sostanzialmente alterato e modificato.

Non vorrei che gli oggetti che costruisco possano essere collocati in un’era ben definita ma vorrei che facessero parte di un mondo primordiale e contemporaneamente appartenere ai primordi di una nuova era in modo da coniugare il non ancora presente con l’originario.

Non sono attratto dalla “bellezza” in sé ma da quella sottile inquietudine che può far scaturire un’idea di “bellezza”.

Non vorrei che …………………