Marco Mazzi

Jiewen Xiao

Realtà emergente

La pittura di Marco Mazzi fra meccanica e improvvisazione

Ogni tentativo di classificare la pittura di Marco Mazzi come astratta o concreta è destinato a fallire. Eppure la concretezza – non trovo parola più appropriata – è quello che avverto e considero il primo grande merito del lavoro di Mazzi.

Uso il termine concretezza, in rapporto alle opere di Mazzi, in due sensi: anzitutto la concretezza rimanda alla sensazione di tangibilità e forte impatto fisico dei suoi lavori, connessa, come vedremo, alla tecnica e al metodo che hanno contribuito a produrli. In secondo luogo, il termine concretezza rimanda alla circostanza che Mazzi non sta cercando, almeno direttamente, di esprimere i suoi propri stati emotivi o mentali. In questo senso il contenuto dei suoi lavori non è astratto. Rinvia invece, seppure in senso non ovvio o rappresentazionale, alla realtà percepita.

Il passaggio dalla realtà come percepita da un artista alla realizzazione di un’opera d’arte, richiede – o coincide con – un processo estetico, che comprende, a sua volta, una gamma di tecniche determinate. Nel caso di Mazzi questo processo ha natura fotografica. Per la serie “Emulsioni”, recentemente prodotta e presentata a Fiesole e a Firenze nelle gallerie Q096 e CartaVetra, Mazzi si è convertito in una particolare macchina umana, capace di scannerizzare aspetti della realtà per poi stamparli. In questo caso, però, il segmento di realtà che fa da input allo scanner è sconosciuto, il tema o soggetto è misterioso. Eppure, come vedremo, e contrassegnato da una solidità che lo rende inevitabilmente avvertibile. Dopo tutto scannerizzare è un verbo. Presuppone qualcosa da scannerizzare.

La scannerizzazione è probabilmente l’ultimo tipo di operazione che siamo disposti a considerare improvvisata. In effetti scannerizzare è solitamente un’operazione rigidamente predeterminata. Anche in “Emulsioni” il processo pare meccanico in considerazione del suo effetto visivo. A un secondo, più attento sguardo, tuttavia, ci si rende conto che i lavori sono il prodotto di uno scanner/stampante dotato di intenzioni. Non sappiamo – né capiamo – se il risultato, se le configurazioni, le macchie e le sbavature dei quadri sono volute o meno. Non sappiamo se questi effetti collaterali di un processo andato storto sono, dopotutto, assecondati e accettati dalla macchina che l’ha generato. In una recente conversazione avuta con Mazzi, egli ha ammesso che nel realizzare questa serie cercava proprio quegli effetti o quei momenti in cui le cose vanno storte, in cui la macchina – e la carta – si inceppa, l’inchiostro sbava, in cui l’immagine viene stampata su fogli già usati e contrassegnati da altre figure o in cui due immagini vengono compresse l’una contro l’altra producendo un risultato insolito.

Ho avuto l’opportunità e la fortuna di poter osservare la nascita e lo sviluppo di questa serie. Senza articolare una troppo ampia discussione sul ruolo dell’aleatorio nelle arti (l’operazione di Mazzi, pur improvvisata, è pensata con estrema accuratezza), il fatto che questi lavori siano frutto di improvvisazione deve essere enfatizzata. Nel realizzarli Mazzi ha programmato un timer affinché segnalasse il termine di 8 minuti. Questa la porzione di tempo a disposizione per cimentarsi con ciascun singolo lavoro, a partire da una tela bianca. Scaduto il tempo, il lavoro si ferma e rimane esattamente nello stato in cui si trova. Un processo improvvisato eppure concepito intenzionalmente e gestito con accuratezza, esattamente come nel caso della fotografia di Mazzi.

E per certi versi, nel dipingere questi lavori, Mazzi stava realizzando delle fotografie. Pittura e fotografia hanno questo in comune: offrono una rappresentazione della realtà che l’artista sceglie di mostrare. Una delle (apparenti) differenze fra fotografia e pittura è che la prima non parte da un grado zero (un soggetto immaginario, ad esempio) ma prende necessariamente le mosse da un segmento di realtà esterna, la cui riflessione si materializza sulla pellicola in forma di negativo. E’ questo meccanismo di connessione con la realtà che conferisce validità o quanto meno specificità alla fotografia. In maniera istintiva chi osserva fotografie le ritiene rappresentazioni della realtà. Detto questo, i processi del dipingere e del realizzare fotografie sono molto più affini di quanto si tenda a pensare. In un’epoca digitale in cui i risultati fotografici sono immediati o diretti, ci si dimentica fino a che punto il processo del fare fotografie abbia natura pittorica. I lavori recenti di Mazzi ci ricordano questo fatto. Sfruttando i margini di libertà creativa della camera oscura, le sue immagini vengono costruite, ‘dipinte’ un passo alla volta. In fase di stampa, la carta su cui si stampa la fotografia può bruciarsi. Il risultato può subire alterazioni. Svolte inattese possono avere luogo. La stessa dialettica fra caso e controllo è operante nei quadri di Mazzi.

Nell’apportare un approccio fotografico (scannerizzante) alla pittura, i lavori di Mazzi guadagnano una peculiare concretezza. Il cervello umano tende ad associare valore di verità a procedure meccaniche. Così quando ci disponiamo di fronte ai lavori di questa serie, non possiamo evitare di rilevare – a dispetto delle forme apparentemente astratte -, quanto la pittura attraverso il meccanismo della scannerizzazione diventi assertiva.

Chi osservi questi lavori, nota come il senso di realtà (ciò a cui Mazzi sta mirando) diventa ancora più accentuato e solido di quello trasmesso da una fotografia. Senza mai mostrarla nei modi in cui siamo abituati a conoscerla tramite l’esperienza percettiva, Mazzi riesce a confermare una senso di realtà. Portando il fotografico dentro la pittura, Mazzi ottiene qualcosa che la fotografia da sola non ottiene mai. La fotografia è un’attività che si basa su (e gioca con) gli schemi cognitivi sviluppati nel corso della nostra esperienza visiva. Sfruttando questo nesso e al tempo stesso destrutturandolo, Mazzi ottiene qualcosa di nuovo e di stimolante, qualcosa che sta ai confini della nostra esperienza percettiva. Quel punto trascendentale in cui, come direbbe Focillon, le forme guadagnano vita.

Per il modo in cui sono indotta a interpretarli, nei lavori di questa serie gli oggetti sono sfumati e sfuocati, velati forse, ma nondimeno presenti. Il quadro si trova in piena vista di fronte a noi; non però il suo contenuto. Che non è assente o nascosto. Sta emergendo, sta per apparire. Non ha ancora una forma riconoscibile eppure, o forse proprio per questo, emana una forte presenza. Non importa cosa Mazzi avesse in mente quando dipingeva (una persona, una scena, una sensazione). L’oggetto è irrilevante. Cruciale è l’intenzione artistica di Mazzi, che permette allo spettatore di afferrare l’esistenza di un oggetto allo stato emergente. E la qualità del tocco di Mazzi conferisce alla pittura una solidità che trascende la forme apparentemente astratta trasmettendo una sensazione di concretezza assoluta.

Realtà è un concetto che noi umani abbiamo inventato, proprio come il tempo o le emozioni, al fine di categorizzare ciò che percepiamo e renderlo più agevole da spiegare e prevedere. Molta parte dell’arte contemporanea mette tale concetto in questione. Molto più raro è trovare arte contemporanea che lo conferma. Sembra ad esempio ovvio constatare che la realtà è ciò con cui ha a che fare l’arte di Gerhard Richter. La realtà costituisce il punto di partenza del suo lavoro, ma nel caso di Richter la realtà è respinta dentro alla superficie della tela, come soppressa. Diversamente, l’atteggiamento di Mazzi nei confronti della realtà è ‘neutro’. I suoi lavori non impongono né presuppongono istruzioni; sono privi di connotazione direttiva. Sono quadri senza cornice. Al pari di quello che succede con le sue fotografie e i suoi video, gli spettatori hanno tutto il tempo che desiderano per osservare e esplorare. Nessun punto di vista è imposto. La presenza di un punto di vista è talmente delicata che scopriamo la libertà di osservare come vogliamo. E’ a questo che mi riferisco nel parlare della neutralità che domina il lavoro di Mazzi. In contrasto con Richter, che ha ricreato e poi coperto e quasi soffocato la realtà, Mazzi la conferma. Ma non nel senso che rappresenta o emula la realtà esterna. La rivela, come fa chi passa gentilmente una matita su un foglio di carte per rivelare un disegno precedentemente incisovi. Solo che Mazzi si ferma prima che l’immagine (della realtà) diventi troppo netta. Riuscendo a congelare l’esatto momento in cui il profilo della realtà si sta per stagliare.

Il lavoro di Mazzi trasmette la sensazione di un’impressione, dell’emergere di un’impressione. Concreta, tangibile. Avete mai fatto l’esperienza del cercare di richiamare un nome a partire da un volto, o un volto a partire da un nome (che però non sovviene)? Era sulla punta delle lingua, stava per arrivare…ecco, questo momento, collocato secondi prima che l’associazione vada a buon fine, è il momento che Mazzi è riuscito a catturare. Evitando di puntare l’attenzione direttamente su un oggetto, il reale guadagna risonanza, diventando più vivido che mai.