Visitare lo studio di un artista è un po’ come accedere a una caverna. Varcarne la soglia è appropriarsi dell’intimità che lo avvolge, il suo mondo, la sua poetica.

Ogni volta che mi viene offerta questa possibilità entro in punta di piedi, respiro l’odore dei colori, guardo la luce. Provo una sorta di imbarazzo nel chiedere, nel toccare, nel respirare la sua stessa aria.
Non solo l’opportunità di vedere l’artista al lavoro, ma il condividere la sua stessa incertezza nel dare inizio ad una nuova opera. Di abitare quell’intimità instabile che lo lega intrinsecamente alla sua ricerca.

La prossimità, l’intimità che si forma durante la visita in studio mi accompagna poi nell’allestimento della mostra. Il mio sguardo si posa su un’opera nel tempo della creazione. Dopo, il mio vedere, non è più lo stesso. Torna sempre a quel momento magico in cui l’artista mi ha reso parte del suo lavoro, mi ha accolta nella sua “cucina“.

Quello che si svela durante queste visite è infatti l’unico approccio che realmente colma e coglie l’essenza, il significato. Un’insegnamento che va ben oltre l’oggetto finito. Una lettura/incontro che tocca la sfera personale, le sue più intime necessità, le fragilità, le inquietudini, i pensieri.

Scegliere gli artisti per una collettiva è ogni volta una sfida, una sfida che amo sostenere, che mi appare chiara nei disordini degli atelier, nelle macchie di colore, nell’odore dei materiali.
La ricerca inizia dalle immagini, da lunghi confronti con i miei collaboratori, da prove e accostamenti, simulazioni…

Poi, una volta in studio, l’equilibrio della mostra si svela nella sua chiarezza, nella sua intimità instabile.

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