Ricci avvista il reale: lo scruta delicatamente, lo circoscrive in focus ovali che ne numerano la visione.

Lo interiorizza in un mondo silenzioso di cani e mangrovie per poi ricrearlo e comporlo. È in questa fase che la sua percezione diventa un urlo. Mentre disegna il gesto è violento, rigido e forte e sembra condensare in quell’unica azione tutta l’energia che ha carpito con gli occhi. 

Gli avvistamenti, infatti, possono incarnarsi in varie forme: siano arazzi, incisioni, acrilici mantengono questa sensazione di urgenza gettata, di un’esperienza che ha bisogno di esplodere e fuori uscire.  Allo stesso modo diventano narrazione, libri tra il graphic novel e il picture book, che si sfogano in fiumi di immagini nere e materiche eppure coinvolgenti e vere. Perché Ricci è affamato di realtà e per quanto essa sia varia, mutevole e cattiva lui la segue, la osserva e la disegna in una prolificazione viscerale. 

Si vive l’esperienza di questa sensibilità nella performance Spinner, creata insieme al contrabassista Giacomo Piermatti. Sulle improvvisazioni del musicista, Stefano dipinge con colori neri e bianchi proiettando sul muro, alla visione pubblica, la sua azione. Di fatto i due si influenzano vicendevolmente e quello che ne fuoriesce è una jam session a due dall’esito sconosciuto.

Dice Stefano:  “Spinner é la parola tedesca che preferisco. Significa diverse cose e ha a che fare con le cose che girano, ma si può dire che uno Spinner é qualcuno completamente preso nell’atto di fare la sua cosa, come il ragno che tesse la tela. Quello che mi piace di questa parola é che, diversamente dal significato anglosassone, lo spinner nella lingua tedesca non é né loser né winner, né perdente e né vincente, é solo qualcuno in un certo modo perduto nel fare la cosa stessa.”

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