Per The Others 2019 la galleria Cartavetra ha deciso di allestire un progetto dedicato alle attuali ricerche nel campo della pittura astratta, presentando le opere di tre artisti appartenenti a differenti generazioni – Sue Kennington,Viviana Valla e Stefano Loria – accomunati però da una medesima attitudine verso la pittura non figurativa. Avvicinare questi autori ha senso non perché giungano ad esiti simili, ma per il punto di partenza dal quale entrambi hanno deciso di intraprendere la propria avventura. Tutti infatti lavorano essenzialmente sullo sviluppo del linguaggio astratto, inteso come un caleidoscopio di possibilità espressive. Con la consapevolezza di operare entro una tradizione moderna consolidata, cercano strade personali per ridefinire confini ed orizzonti, procedure esecutive e possibilità concettuali di questo universo stilistico.

Viviana Valla elabora delicate porzioni di spazio e tempo che si collocano dentro grandi griglie razionali. Frammentazioni dello spazio certamente, in prima battuta, ma poi le attenzioni rivolte alle minime suddivisioni dello spazio finiscono per riverberarsi in una frammentazione del tempo. Superfici da contemplare con lentezza, per apprezzare le differenti accensioni del colore, i bagliori e le infinite sfumature che reinventano l’idea stessa del monocromo. Il trattamento del colore, le sue attenuazioni e moltiplicazioni, suggeriscono una suprema cura dell’esistente, una preziosa concentrazione sul dettaglio. Opere costruite dall’accostamento di tante celle interne, con scansioni cromatiche e continue variazioni che irradiano una quieta energia.

Una contraddizione di fondo regola la costruzione delle opere di Stefano Loria. Come ispirazione iniziale troviamo sempre una nostalgia del minimalismo, infatti ogni sua opera inizia con una stesura monocroma di partenza che segna l’inizio del lavoro sulla tela. Successivamente questo inizio semplice va incontro a molteplici complicazioni: possono apparire scarne strutture geometriche (riferimenti ad un sapere architettonico contemporaneo), oppure incidenti più liberi, sovrapposizioni tonali, fluide pennellate, esplosioni di energia visiva. Tutto però all’insegna di un rigoroso controllo dello spazio complessivo e degli eventi che in esso si verificano. Una pittura in cui gli opposti sono costretti a coesistere: regola ed improvvisazione, stabilità e incertezza, contemplazione lenta e rapida accelerazione del gesto.

Il lavoro di Sue Kennington studia le capacità del solo colore di essere usato come linguaggio visivo emotivo, incorporando il materiale in sistemi esoterici, ripetizioni e asimmetrie, con particolare enfasi sull’uso della giustapposizione di colore come agente di luce. Le entità cromatiche che ne derivano, più che forme ben definite, sembrano accomodamenti di contorni, agglomerazioni sospese, geometrie improvvisate, tensioni intermittenti, frutto di un moto ondoso e nervoso del colore, che segue e guida le emozioni dell’artista.